I ricordi

Mentre, dopo aver lasciato a Colle Val d’Elsa la superstrada Firenze/Siena l’automobile si addentrava in un paesaggio sempre più intatto e a me sconosciuto e le curve si succedevano alle curve e i bivi si sommavano ai bivi e le strade che percorrevamo si facevano vieppiù strette e deserte, pensavo a Pollicino e ai suoi fratelli (…).
Ma è mai possibile(…) che questo nostro straordinario Paese possa ancor oggi custodire, nel centro di una delle sue regioni più apparentemente conosciute e celebrate, luoghi così selvaggi, così appartati e così sconosciuti come quelli che, ormai ammutolito dallo stupore, stavo percorrendo (…). Ecco, a un tratto, un filare di tigli e, finalmente, un antico lavatoio annunciare che un tempo qualche essere umano aveva percorso, prima di me, questi reconditi scampoli di un’Italia sfuggita all’avido uomo del ventesimo secolo.
Le mura chiare, forti, orgogliose e profondamente segnate dal tempo del castello facevano capolino tra la vegetazione e una ripida strada acciottolata qualche secolo fa ci segnava dove andare. Una fila di casupole dirute e appoggiate alla roccia affiorante celava, mentre salivamo al castello, l’immane dirupo che di lì a poco ci avrebbe lasciato senza fiato.
Lì, dove tra le falesie calcaree che sostengono il castello, volano e nidificano il falco lanario e quello pellegrino, lo sparviero, gufi e barbagianni, il gheppio e la poiana anche a noi sembrava di volare e di dominare, respirando a pieni polmoni, un paesaggio aspro e infinito che ai nostri piedi si disegnava come una eco tra valle e valle; il silenzio totale lasciava intendere solo il rumore dei cento piccoli torrenti che corrono tra le rocce bianche e puntute nelle quali si aprono le grotte abitate da una rara varietà di pipistrelli.
Il castello è lì da mille anni; stringe i denti, chiede aiuto, perde pezzi, ma regge ancora (…). Giungendovi, come me per caso, dalla lontana pianura bagnata dall’Adda una coppia di coniugi, assieme ai loro figli, si è perdutamente innamorata della sua storia, della sua caparbia, della sua severa umanità .

Dott. Marco Magnifico. Vice Presidente Esecutivo FAI – Fondo Ambiente Italiano.

Cacciare a Fosini era meraviglioso e questi ricordi mi rendono felice

I primi ricordi di Fosini risalgono al 1955. Andavo a Fosini con il mio amico Saverio Bulgarini d’Elci la cui famiglia aveva la proprietà della fattoria di Montingegnoli che è vicino a Fosini. A quel tempo la nostra passione era la caccia, per questo andavamo spesso in questa meravigliosa azienda di Fosini perché era in una zona particolarmente vocata e ricca di selvaggina, famosa nel tempo. Per me andare là era sempre un sogno per la bellezza dei posti, per il castello che aveva un fascino straordinario su queste rocce, su questi burroni a picco, insomma ci si fermava sempre lì, magari a mangiare qualcosa. E poi dietro al castello c’erano le Cornate di Gerfalco, una montagna di 1100 metri. Mi ricordo una volta di essere andato fino in cima a questa montagna e dalla cima si riusciva addirittura a vedere il mare.

Piero Antinori

Le feste di Fosini erano le più belle del mondo

Però per le feste mi rivolgevo di più alla zona di Fosini che di Anqua perché le ragazze belle come erano a Fosini non erano in altri posti. Sì, proprio così.
Si ballava a Fosini. Al Serraglio c’era un omino, si chiamava Sandro, siccome era piccino si chiamava Sandrino, lui aveva un maschio solo e sei o sette figliole che avevano dai quattordici ai 24 anni e stavano tutte lì.
A quei tempi là la domenica si pigliava la bicicletta e s’andava a Fosini a cerca’ la ragazzine. Con la bicicletta certo non si poteva andare a Firenze, si stava nei nostri posti, ma a Fosini le ragazze c’erano davvero belle. Erano al Casino, alla Casetta, al Meluzzo e in vari altri poderi.
Allora usava così, non solo a Fosini ma in tutti i posti della zona, s’andava dal capoccia di un podere e gli si diceva: senti ci fai balla’ stasera? O domani, secondo. Se diceva di no, s’andava da un altro con la stessa richiesta di ballare in casa. Erano tutte case con i pavimenti sconnessi ma a noi ci bastava di ritrovarsi. Quando c’aveva detto di sì bisognava assicurassi che venisse quello con la fisarmonica, si faceva il giro dei poderi per invita’ le ragazze e poi si ballava fino a mezzanotte, l’una e poi si tornava a casa. Per organizzare il tutto si spendeva cento lire a testa, e pagavano solo i giovanotti che come minimo s’era una decina. Questi soldi ci servivano per pagare il sonatore e ci rimanevano i soldi per fa’ lessa’ du’ dozzine d’uova alla massaia.
Infatti, quando s’arrivava a mezzanotte poteva capita’ che si chiedesse alla massaia, la padrona di casa, se ci lessava un paio di dozzine d’uova, si mangiava quest’uova e poi si tornava a casa. A volte so’ andato a letto alle tre, tre e mezzo, dipendeva quanto c’era da cammina’ per torna’ a casa. Ci si divertiva perché di gioventù c’era tanta.

Amedeo Cambi